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I Vajont dimenticati: il disastro di Molare (2)

Monte Reixa, Appennino Ligure occidentale tra Savona e Genova. 1.183 metri di quota che s’innalzano d’improvviso alle spalle della costa, come a voler guardare lontano sognando tra le braccia dell’orizzonte. Una modesta asperità montuosa dalle cui viscere sgorga il torrente Orba, un corso d’acqua frizzante che gioca a nascondersi tra anfratti, gole e zone boscose prima di lasciarsi andare nella pianura alessandrina e tuffarsi nel fiume Bormida. Una vivacità storica per un regime idrologico di tipo torrentizio, con lunghi periodi di magra alternati a piene imponenti e improvvise. Qualcuno, però, va oltre la semplice indole acerba e ne studia l’irrequietezza fino ad intuirne una potenzialità da sfruttare. È il dicembre del 1895, allora, quando l’Ingegner Luigi Zunini di Sassello (SV) presenta per la prima volta un progetto di derivazione delle acque d’alta valle per finalità idroelettriche e industriali della città di Genova.

La vetta del Monte Reixa e, sullo sfondo, il porto di Genova (wikipedia.it)

Ma a fine Ottocento la Valle Orba è un territorio a forte vocazione agricola che mal digerisce le pretese metropolitane genovesi. Troppo alto il rischio di ridimensionare la portata d’acqua con possibili gravi ripercussioni nei lavori agricoli. Nasce dunque il Comitato di Opposizione e Vigilanza, gli abitanti e le amministrazioni si mobilitano e almeno in un primo momento il pericolo sembrerebbe scongiurato. Zunini, però, non molla e il 23 ottobre 1898 presenta a nome della Società per le Forze Idrauliche della Liguria un nuovo progetto per un impianto idroelettrico in prossimità della stretta di Bric Zerbino, tra Ortiglieto e Cerreto di Molare (AL). Una diga alta 33 metri per un serbatoio dalla capacità complessiva di 8.100.000 o 9.500.000 m3 d’acqua a seconda della quota massima d’invaso (311 o 313 metri). Ad agevolare gli scarichi di superficie dell’impianto, la particolare morfologia della zona grazie alla cosiddetta Sella Zerbino, una semplice terminazione geologica del vicino Monte Ratto alta 310 metri e ideale per ospitare uno sfioratore.


Ancora una volta, però, le amministrazioni locali prendono tempo, il malcontento popolare cresce, Zunini medita, sbuffa e poi prova ad agire. Il 14 luglio 1903 presenta alla Prefettura di Alessandria un nuovo progetto per lo sbarramento di Ortiglieto a nome della Società Forze Idrauliche della Liguria, con una sensibile variazione della quota di massimo invaso (320 metri) e un conseguente incremento del volume complessivo (16.343.780 m3 d’acqua). In questo modo la Diga di Bric Zerbino raggiungerebbe i 40 metri d’altezza e lo sfioratore di Sella Zerbino si trasformerebbe in una diga sfiorante, ovvero in uno sbarramento di circa 10 metri sormontato da novantasei paratoie. Ma il territorio resiste e non presta il fianco, le autorizzazioni non arrivano e l’Orba continua la sua corsa in totale libertà. Nel settembre del 1906 Zunini tenta allora un ultimo assalto con un progetto pressoché sovrapponibile a quello del 1903. Stavolta l’opposizione valliva si frantuma contro le vicissitudini politiche del comune di Molare. La giunta comunale presieduta dal Conte Luca Gaioli viene infatti sfiduciata, l’intera amministrazione commissariata e, in attesa di nuove elezioni, le questioni ordinarie passano nelle mani dell’Avv. Gianelli, che firma segretamente una convenzione con Zunini. A questo punto il dado è tratto: la Società Forze Idrauliche della Liguria, forte degli accordi raggiunti con il comune di Molare, si ripresenta in Prefettura ad Alessandria e nell’aprile del 1912 ottiene ufficialmente la concessione per lo sfruttamento idroelettrico nella zona di Ortiglieto.

Cartolina storia di Ovada (1935)

Nel giugno del 1914 Zunini illustra il primo progetto esecutivo (approvato nel gennaio del 1915), ma è poi costretto a fermarsi per lo scoppio della Grande Guerra. Nel frattempo la concessione idroelettrica passa nelle mani delle Officine Elettriche Genovesi (presiedute dallo stesso Zunini) e a partire dall’aprile del 1921 vengono predisposte alcune varianti al progetto esecutivo, volute e firmate dall’Ing. Vittorio Gianfranceschi, futuro direttore dei lavori. La nuova opera consterà della Diga principale di Bric Zerbino (realizzata a gravità, alta 47 metri con uno spessore di 6,10 metri al coronamento e di 42 metri alla base), di uno scarico di fondo dalla portata di 55m3/s, di uno scarico semi-profondo da 160m3/s, di alcuni scarichi di superficie da 500m3/s, di uno sfioratore superficiale da 130m3/s e soprattutto della Diga secondaria di Sella Zerbino costruita a gravità, alta 15 metri, lunga 46,9 metri, spessa 3,3 metri al coronamento, attrezzata con appositi drenaggi ma priva di qualsiasi scarico.


Passa qualche anno e nella zona l’avvento del fascismo coincide con violente lotte sociali in virtù degli oltre cinquantuno espropri e dei pesanti lavori di sbancamento e costruzione. Nel 1924 appare per la prima volta il Lago d’Ortiglieto (figlio delle due differenti dighe posizionate sui lati opposti di Bric Zerbino) e a quel punto Gianfranceschi e la sua società diventano impazienti di produrre la corrente elettrica. Il 30 gennaio 1925 l’impianto di Molare entra così in funzione abusivamente, senza autorizzazione e senza collaudo, ma ci pensa l’Orba con i suoi capricci ad allarmare Ovada e i suoi abitanti. Su apposita segnalazione proprio del Sindaco di Ovada, la Prefettura di Alessandria intima la ferma immediata dell’impianto fino all’ottenimento delle autorizzazioni necessarie. Le Officine Elettriche Genovesi scalpitano, aprono e chiudono la centrale a piacimento e rispettano il divieto a giorni alterni finché non arriva, il 31 agosto del 1928, l’approvazione in via definitiva del collaudo dell’opera. Il decreto ministeriale pare quindi ignorare le diverse segnalazioni dei funzionari del Genio Civile di Alessandria che in ogni sopralluogo effettuato hanno riscontrato evidenti perdite in prossimità di Sella Zerbino. Gli interessi economici, l’omertà fascista e il dispotismo politico, dopotutto, non contemplano per definizione il bene comune.

La Diga principale terminata (www.molare.net)

Le leggi della natura, però, sono ineludibili: inutile tentare di sfidarle, meglio conoscerle per provare a difendersi. E così, dopo un lungo periodo siccitoso, nelle prime ore del 13 agosto 1935 nubi minacciose avvolgono il cielo dell’alta Valle Orba e rovesci temporaleschi incessanti si abbattono su Molare e sulla Diga di Ortiglieto. Il guardiano Abele Deguz annota fedelmente il livello altimetrico raggiunto dal bacino (310 metri alle ore 7, 311 alle ore 8, 312 alle 9, 318 alle 10) e ne dà immediata comunicazione alla centrale di valle. Non è ancora mezzogiorno quando l’acqua raggiunge la capacità massima d’invaso e comincia a defluire dallo sfioratore e dai sifoni, mentre lo scarico a campana (prontamente attivato dal Deguz) si blocca d’improvviso. Il cielo piange, la diga si gonfia e l’alta Valle Orba si veste a lutto. Il giovane guardiano tenta di mettersi in contatto con il fondovalle, invano. Sale sul tetto della sua abitazione a bordo lago, ormai soffocata da un’acqua che pare non volersi più arrestare, e diviene suo malgrado un impotente spettatore del disastro. Tra le 13.25 e le 13.30, infatti, la Diga secondaria di Sella Zerbino si lascia andare, sopraffatta dalla pressione. In pochi minuti tra i 20 e i 25 milioni di metri cubi di acqua e di fango precipitano dal Lago di Ortiglieto nel torrente Orba e si involano verso la pianura alessandrina travolgendo ogni cosa. Cerreto, Molare, Ovada soprattutto. E poi ancora Silvano, Capriata d’Orba e Predosa. Una scia infinita di sangue, fango, lacrime e morte. 111 le persone decedute, incalcolabili i danni al tessuto sociale e produttivo.

Il Lago di Ortiglieto dopo il crollo della Diga di Sella Zerbino (www.molare.net)
Il ponte del Borgo di Ovada spazzato via (www.molare.net)

A dodici anni dal Disastro del Gleno, il regime fascista si ritrova a fare i conti con un’altra tragedia, forse evitabile, forse prevedibile. Nel dubbio, comunque, le indagini procedono sotto traccia. Gli imputati sono dodici, illustri protagonisti della scena tecnica, politica e industriale del tempo, difesi dai migliori avvocati in circolazione grazie agli ingenti capitali messi a disposizione dall’Edison, coinvolta indirettamente in quanto proprietaria della Società Negri, a sua volta tra i maggiori azionisti delle Officine Elettriche Genovesi. Non deve stupire, quindi, che il 28 maggio del 1938 la Regia Corte d’Appello di Torino assolva tutti gli imputati per non aver commesso i fatti a loro attribuiti. Ancora una volta una strage senza colpevoli, dunque, ma nessuno pare scomporsi troppo. Dopotutto alla vigilia del secondo conflitto mondiale le priorità sono altre.


Per quale ragione, però, Sella Zerbino ha ceduto? Le analisi e le ricostruzioni successive hanno stabilito che la risposta più plausibile sia forse da ricercare in una concausa di fattori: 1) Sella Zerbino e la relativa diga secondaria poggiavano su rocce fratturate, non adatte ad ospitare un’opera similare; 2) il nubifragio che si abbatté nella zona ebbe effettivamente caratteristiche eccezionali (con piogge stimate superiori ai 400mm in poche ore), ma il sistema idraulico non funzionò correttamente con lo scarico di fondo non attivato per paura delle vibrazioni; 3) le diverse varianti compiute rispetto al progetto originario di Zunini (volte a minimizzare i costi e a massimizzare il guadagno) non furono accompagnate da adeguate valutazioni sugli scarichi, la cui capacità complessiva venne fissata in prima battuta in appena 600m3/s, poi divenuti 850 ma comunque insufficienti per un bacino così vasto.


La Diga di Bric Zerbino oggi dorme tra le braccia del silenzio, l’Orba ha modificato il suo corso e un’appendice del Lago di Ortiglieto rimane a rinfrescare l’alta valle. Soltanto i tragici ricordi di quel 13 agosto 1935 rischiano di scomparire per sempre, dispersi tra fango, ingiustizia e disperazione.

La Diga di Molare come appare al giorno d'oggi (www.periodicodaily.com)

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La ricostruzione qui proposta è una sintesi del volume “Storia della Diga di Molare. Il Vajont dimenticato” di Vittorio Bonaria, Erga Edizioni, 2013. Materiale fotografico e testuale presente altresì sull’apposito portale www.molare.net.

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